No: non andrà tutto bene. E si profila uno scontro epocale tra finanza e imprese
Nell’approccio liberista, tanto l’economia produttiva quanto quella finanziaria condividono un vizio d’origine: la ricerca ossessiva del massimo profitto. Ma c’è una differenza fondamentale tra le due. L’economia finanziaria non ha mai smesso di essere speculativa, anzi, l’ha esasperata fino al limite. Ha sviluppato strumenti sempre più complessi: dalle operazioni allo scoperto ai derivati, dal trading online agli algoritmi del High Frequency Trading. Ogni giorno si trova un nuovo modo per moltiplicare il denaro, senza mai creare nulla di concreto. E sicuramente non si fermeranno qui.
L’economia produttiva, invece, ha avuto un’evoluzione. All’inizio, era caratterizzata da sfruttamento e condizioni disumane per i lavoratori. Ma grazie alle lotte politiche e sindacali, soprattutto quelle di ispirazione socialista, si è creata una mediazione, un compromesso tra il bisogno di profitto degli imprenditori e i diritti dei lavoratori. Questo compromesso ha garantito una stabilità relativa, dove i diritti sindacali venivano bilanciati dalle necessità del mercato.
A differenza degli speculatori, i produttori hanno due esigenze imprescindibili. Da un lato, dipendono da una forza lavoro competente e motivata. Dall’altro, devono vendere i loro prodotti, spesso sul mercato interno, il che significa che i lavoratori devono avere il potere d’acquisto per acquistare ciò che producono. Se sottopaghi i dipendenti, essi non possono più permettersi i prodotti che contribuiscono a creare. Una singola azienda può anche cavarsela puntando tutto sulle esportazioni, ma a livello sistemico, questa strategia è insostenibile. Basta guardare cosa è successo in Italia con le disuguaglianze create dalla globalizzazione selvaggia.
Negli ultimi decenni, però, siamo tornati indietro. Abbiamo assistito a una regressione culturale e politica, alimentata dagli imprenditori e sostenuta da leggi che hanno smantellato molte delle conquiste del passato. La precarizzazione del lavoro è diventata la norma, con contratti flessibili e diritti sempre più ridotti. I manager alla Marchionne, simbolo di una gestione autoritaria, hanno spinto per delocalizzare la produzione, mentre le multinazionali spostano le loro sedi nei paradisi fiscali. La globalizzazione viene usata come alibi per imporre ogni sorta di abuso ai lavoratori, giustificati dalla necessità di competere su scala globale. Questi abusi, anche se formalmente legali, sono una contraddizione giuridica e una violazione etica.
Per un po’ di tempo, l’economia produttiva e quella finanziaria sembravano marciare insieme, seguendo un’alleanza che appariva strategica ma che era solo tattica. Da un lato, le banche, simbolo dell’economia finanziaria, hanno facilitato l’accesso al credito per le grandi imprese. Dall’altro, le multinazionali hanno sfruttato i mercati finanziari per rastrellare capitali, spacchettare aziende e creare strutture societarie complesse con sedi in paesi a bassa tassazione come l’Olanda o il Lussemburgo.
Ma questa strategia ha un punto debole: favorisce solo i grandi attori, mentre penalizza le piccole e medie imprese. Nel settore bancario, la soluzione è stata l’acquisizione delle banche più piccole da parte dei colossi. Nel mondo produttivo, invece, la situazione è più complicata. Concentrando il potere nelle mani di poche multinazionali, si crea disoccupazione e si riduce il potere d’acquisto dei consumatori, restringendo il mercato interno.
E così torniamo al punto di partenza: la profonda incompatibilità tra economia finanziaria ed economia produttiva. La prima è essenzialmente apolide, controllata da ristrette oligarchie globali che non rispondono a nessuna comunità. La seconda, invece, ha bisogno di radici sociali e di una rete diversificata di attori che interagiscono tra loro.
Tutte le premesse per uno scontro aperto tra queste due economie ci sono già. Le scelte politiche adottate negli ultimi anni non hanno fatto altro che avvicinare questo conflitto. Le crisi economiche recenti hanno dimostrato quanto fragile sia questo equilibrio, e mentre i governi cercano di tamponare i problemi con interventi temporanei, il rischio di uno scontro sistemico è sempre più reale.
In breve, i “soldi facili” che l’economia finanziaria promette non durano. Possono generare profitti a breve termine per i pochi che ne approfittano, ma lasciano dietro di sé un vuoto pericoloso, che colpisce la società nel suo insieme. E no, non andrà tutto bene se non si riconosce questa fondamentale contraddizione.
Molto interessante e ben scritto. Complimenti
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